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2 maggio 2006

Diario di viaggio Ermanno Salvaterra

Vi propongo il diario di viaggio della sua ultima avventura!
ERMANNO SALVATERRA:

Quella via la provai per la prima volta nel '92 con Guido Bonvicini e Adriano Cavallaro. Facemmo un primo tentativo in ottobre ed arrivammo ad un tiro dal diedro degli inglesi e rinunciammo perché la parete era carica di neve. In attesa si pulisse scalammo la Franco-Argentina al Fitz e la via del compressore al Torre. A novembre abbiamo fatto un secondo tentativo ed abbiamo dormito nel box inglese alla base del loro diedro. Il giorno dopo il tempo era pessimo ed i miei soci volevano scendere. Io gli chiesi di lasciarmi qualche ora per salire un po'. Volevo arrivare al Colle della Conquista e ci riuscimmo. Ero curioso di vedere il posto. La bufera ci ricacciò indietro. Altri compagni, al momento di partire per quella storia si tirarono indietro ma io mai me la presi per la loro decisione, soprattutto per l’alone di mistero e pericolo che questa via aveva. Nel 1994 feci un altro tentativo con l'austriaco Tommy Bonapace, già esperto di quella via. Partimmo quel giorno dal campo base ed alla sera eravamo alla base del primo nevaio triangolare. Ci successero un po' di cose spiacevoli e dopo un bivacco penoso, al mattino, lui mi disse:"Finish Ermano, never more"! Intendeva che con quella via aveva definitivamente chiuso. Gli anni passavano ed ogni tanto quella via mi assillava. Per diversi anni difesi Maestri, Egger e Fava. Non lo difesi in un forum o con chiacchiere da "bar". Lo difesi a spada tratta con il suo (mi perdoni il grande Ken Wilson) grande accusatore KEN WILSON della Rivista inglese Mountain. Poi lentamente iniziai a cambiare idea. Rilessi e ristudiai quanto avevo detto e scritto a difesa di Cesare e cambiai idea. L'idea di quella via non era quindi mai morta. Lo scorso novembre tornai a casa dalla Patagonia e due mesi dopo ho compiuto cinquant'anni. Per la prima volta dovevo guardare in faccia anche la realtà del tempo che passava ma la voglia era ancora tanta.

A gennaio avevo praticamente deciso che sarei tornato là per provare quella salita. Verso fine inverno il mio amico Rolo Garibotti mi scrive con un progetto. Già da qualche anno mi chiede di andare insieme a lui in Patagonia ed io sempre rifiuto solamente perché è molto più giovane di me e molto più forte. Questa idea però mi alletta molto ma gli rispondo che prima vorrei provare quella "cosa", quella “via”. All'inizio lui non è molto convinto ma poi accetta con entusiasmo. Ale è già d'accordo. Poi in estate le lunghe polemiche sui giornali.Noi non siamo partiti per fare un'indagine ma per seguire quella linea. Gli austriaci Toni Ponholzer e compagni fino allo scorso gennaio hanno effettuato molti tentativi a quella parete e sono giunti a circa 200 metri dalla cima seguendo la parete est nella prima parte e poi direttamente sul diedro di destra della parete nord. Diedro seguito in parte anche da Giarolli-Orlandi. Inizialmente anche noi pensavamo di seguire quella linea ma soprattutto la sua pericolosità ci ha convinti a continuare la salita per un tratto sulla parete ovest.
Le parole del Grande Bruno Detassis dicono di cercare il facile fra il difficile e questo è stato il nostro obiettivo.
Arriviamo a El Chalten il 14 ottobre alle ore 17 e dopo 10 minuti ci incontriamo con Rolo. Il tempo è bello e così, già il giorno dopo alla sera siamo alla base del Torre. Siamo pronti per andare in parete ma il mattino seguente nevica e quindi torniamo al Chalten. Altre 3 volte ritorniamo alla base. Saliamo i primi 4 tiri e fissiamo tre corde. Una mattina, pronti a rimanere in parete, saliamo alla fine delle corde quando si mette di nuovo a nevicare. Non possiamo infilarci su questa parete con il maltempo. La quarta volta, di buon’ora lasciamo la truna e alle ore 17 siamo alla piccola spalla sopra il Colle. Scendiamo una breve corda doppia e saliamo sul versante ovest già seguito in precedenza da Orlandi-Giarolli-Ravizza. Dopo alcuni tiri ci fermiamo a bivaccare su un’ottima cengia. Il giorno seguente la parete si fa più ripida ma Rolo sale veloce anche se deve pulire le incrostazioni di neve per trovare le fessure. Arriviamo poi sul filo dello spigolo nord. Guardiamo oltre lo spigolo la parete nord e ci sembra fattibile.
La cima del Torre è circa 300 metri sopra di noi. La cima della Torre Egger proprio di fronte è appena 50 metri più alta di noi ed è bellissima e impressionante. Verso nord vediamo il Cerro San Lorenzo a più di 200 chilometri di distanza. Ci guardiamo attorno, guardiamo in alto cercando il posto per proseguire nella nostra salita, iniziamo a preparare un gradino sul quale sederci per passare la notte. Il tempo sta peggiorando. Nubi nere arrivano da ovest e forti raffiche di vento ci portano a fermarci ed a parlare. Cosa fare? Rimanere o scendere? Scendere o rimanere? Se rinunciamo sappiamo che ciò significa non ritornare più qui. Quando si fanno tentativi su queste montagne si possono salire due, tre o anche quattrocento metri e poi dover rinunciare per il maltempo ma quando si arriva molto in alto è difficile ritrovare le energie fisiche e soprattutto mentali per ricominciare tutto… Quando ormai sono le ore venti iniziamo a scendere con un nodo alla gola. Nevica intensamente ed il vento fa il resto. Le ultime due doppie per raggiungere la spalla sopra il Colle le facciamo lungo il ripidissimo spigolo nord. Superato il Colle che è già buio da molto, scendiamo ancora duecento metri e poi, anche perché un paio di frontali fanno i capricci e la discesa non è certo delle più elementari, decidiamo di fermarci per aspettare la luce del giorno. Sono le una di notte e siamo piuttosto stanchi. Siamo poco sotto l’inizio del diedro degli inglesi. Ci scaviamo un ripiano con i ramponi per rendere l’attesa più comoda e per riscaldarci. Riusciamo a farci anche qualcosa da bere e da mangiare rendendoci l’attesa del giorno meno penosa.
Alle ore 5.40 la discesa riprende. Siamo molto stanchi ed assonnati e cerchiamo di scendere tranquilli per non commettere imprudenze. Dopo altre quattro ore arriviamo alla truna. Ci sembra di essere al Grand Hotel. Il tempo non è poi così male ma sopra di noi sentiamo soffiare il vento. Decidiamo di rimanere fino a domani prima di scendere al Chalten. Nel pomeriggio, verso le ore 15 un boato incredibile ci scuote. Urlo! Guardiamo in alto… Ale prende una pala e fugge all’interno della truna. Rolo, scalzo, si mette a correre in discesa sul ghiacciaio. Credo che si sposti più in basso per fare delle foto invece fugge pensando al peggio. Io, avendo già visto questo tipo di scarica su questa parete riesco a rimanere tranquillo e cerco la macchina fotografica e faccio qualche foto. Probabilmente un grosso fungo di ghiaccio si è staccato dalla parte sommitale e una grandiosa scarica sta scendendo dalla parete est del Torre avvolgendolo completamente. Lo spettacolo è incredibile, impressionante e spaventoso. L’enorme nube bianca anziché scendere verticalmente a causa del forte vento comincia a traversare orizzontalmente verso sud e solo due piccole cascatelle di neve raggiungono la base.
Alle quattro, dopo i commenti sulla scarica vado a dormire. A mezzanotte Ale è sveglio e mi passa un pezzo di formaggio e qualche galletta. Poi mi alzo ed esco a fumare una sigaretta. Il cielo è azzurro e mi assale una tristezza incredibile. Piango e questo cielo azzurro mi ferisce a fondo. Abbiamo tolto tutto dalla parete e non ci resta che tornare a casa. Verso le due torno a dormire. Alle ore 6, quando ci svegliamo, propongo ai miei soci di ritentare. Qualche secondo di silenzio e poi l’entusiasmo si riaccende.
Nevica mentre torniamo al Chalten e intanto facciamo il programma per la salita. Dobbiamo cercare di salire il più leggeri possibile. Lasceremo giù tutte le cose che ci sembrano superflue. Siamo molto stanchi e ci servirebbero alcuni giorni di riposo. Il 9 novembre, nel tardo pomeriggio siamo al Chalten. Il 10 il tempo è brutto e la cosa ci fa piacere.
Siamo andati a dormire che il tempo era brutto e quindi ci siamo alzati con tutta calma. Il cielo sembra si schiarisca ed anche se avremmo fatto volentieri ancora un giorno di riposo, quasi controvoglia, decidiamo di partire. Alle ore 10.35 partiamo. Non parliamo molto durante il cammino ma le gambe rispondono bene ed in meno di 6 ore siamo alla truna. Subito ci prepariamo ed io e Rolo andiamo all’attacco della parete e ne risaliamo i primi quattro tiri e come la volta precedente fissiamo le nostre 3 corde. Ale rimane a finire la nuova truna che per sicurezza abbiamo spostato sotto la Egger. In poco più di due ore siamo di ritorno alla “casa” e con Ale terminiamo di fare il nostro buco più accogliente. Il nuovo posto della nostra villetta è veramente carino e molto più sicuro del precedente. Il tempo è fantastico e non c’è un filo di vento e la carica in noi si sente e va aumentando.
La sveglia del vecchio suona alle ore 3.45. La colazione è ridicola, il tempo è bellissimo e non bisogna perdere tempo. Alle ore 4.45, con le frontali sul casco, ci attacchiamo alle corde con le jumar. Facciamo altri due tiri e molto presto raggiungiamo il nevaio triangolare. Il sole ci riscalda già poco dopo le sei. Continuiamo veloci ripercorrendo metro su metro quanto salito pochi giorni fa. Rolo sale veloce sulle placche oltre il nevaio triangolare. Poi un tratto di neve, la facile rampa che porta verso il colle, un altro tiro di misto e alle ore 12 siamo già al Colle della Conquista. Di nuovo la breve calata e poi avanti sulla ovest che questa volta non dobbiamo pulire dalla neve. Incredibilmente alle ore 16.30 siamo al comodo terrazzino raggiunto la volta precedente in due giorni. Decidiamo che sarà il nostro posto per il bivacco. Una breve pausa e si riparte. Un breve traverso, una sottile fessura, un paio di difficili passi in placca. La parete è ormai all’ombra ed il freddo alle mani si fa sentire. Poi Rolo continua su un altro tiro difficile e quindi ci troviamo a sistemare la cengia. Mentre Rolo e Ale sono impegnati sulla nord la ovest inizia a scaricare pezzi di funghi con neve e ghiaccio ma ormai siamo fuori pericolo. Il posto da bivacco è incredibilmente affascinante. Di fronte a noi la Egger, a destra il Fitz ed a sinistra lo Hielo Continental. Il freddo è abbastanza pungente ma il cielo incredibilmente stellato. La notte trascorre velocemente e riusciamo anche a dormire un po’.
E’ il 13 novembre e mi sembra di essere il protagonista di un film, di un sogno.
I
niziamo i preparativi alle ore 6 e solo alle 8 riprendiamo la salita. Per fortuna, poco dopo, il sole inizia a riscaldare i nostri corpi infreddoliti. La parete è quasi verticale e molto difficile. Con altre due lunghezze su roccia e scalando fra le incrostazioni di ghiaccio riusciamo a saltare fuori dalla parete nord. Il posto è bellissimo. Quando raggiungo Rolo ci abbracciamo e siamo commossi. A fatica riusciamo a pronunciare qualche parola. Sotto di noi l’impressionate parete nord non è più un problema. Con un altro tiro facile su ottimo ghiaccio raggiungiamo la Via dei Ragni di Lecco.E’ soltanto mezzogiorno e sopra i noi gigantesche strutture di ghiaccio schiumoso ci preannunciano una difficile continuazione della salita.La Torre Egger è ormai molto sotto di noi ma la vetta del Torre ancora non si può vedere.
I
niziamo una serie di tiri molto impegnativi che a turno cerchiamo di salire. Il ghiaccio non ha consistenza ed a volte siamo obbligati a crearci un varco prima di trovare una certa consistenza della neve o del ghiaccio. Abbiamo solo due fittoni e siccome i chiodi da ghiaccio non tengono le protezioni sono quasi inesistenti.Noi non dobbiamo mollare. Costi quel che costi. Intanto il cielo si è coperto e comincia a nevicare e tirare anche un po’ di vento. L’ultimo tiro lo facciamo a pezzi, salendone un po’ ciascuno. Il freddo si fa pungente ma alle ore 23.15 siamo sul punto più alto del Cerro Torre. “CUMBRE!” Ale mi ricorda che un anno fa, il 13 novembre raggiungevamo la stessa cima dopo la salita alla parete est. Momenti intensi d’emozione ma  dopo qualche  foto scendiamo dal fungo e sotto un strapiombo ghiacciato ci sediamo per aspettare il passare della notte ed iniziare la discesa al mattino.
Decidiamo di chiamare la nostra via “El Arca de los Vientos” e la dedichiamo alla memoria di due cari nostri Amici, lo spagnolo Pepe Chaverri e l’argentino Teo Plaza. Questi due grandi uomini già nel 1994 sposavano lo stile alpino, facendo una grande salita sulla Standhardt. Purtroppo a distanza di breve tempo la bella e gioiosa vita di Teo fu interrotta da una valanga. Qualche anno più tardi anche quella di Pepe fu smorzata in montagna.




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28 aprile 2006

Ermanno Salvaterra

Nato a Pinzolo, sulle Dolomiti del Brenta, il 21 gennaio 1955 dove tuttora fa il maestro di sci durante l’inverno e d’estate gestisce il Rifugio XII Apostoli.
Fin dalla più tenera età, affascinato dalle montagne tra cui è cresciuto, inizia ad arrampicarsi sulle rocce circostanti il rifugio finchè, sempre più preso dalla sua passione esce per la prima volta dall'Europa verso gli Stati Uniti per conoscere altre realta'dell'arrampicata. Il primo obiettivo…le vette della Patagonia…raggiunte!!
L'anno dopo e' la volta dell'Himalaya.
Non contento inizia a partecipare a qualche gara di Kilometro Lanciato. Dal 1988 con 211.640 chilometri all'ora detiene il record italiano per 5 anni.
Ma il fascino della Patagonia non desiste e continua imperterrito le sue scalate anche in nuove esperienze in Alaska , all'Isola di Baffin ed ancora in California, iniziando anche l’esperienza come cine operatore realizzando un documentario per la trasmissione Jonathan condotta da Ambrogio Fogar.
Nel corso di questi anni ha girato 11 filmati, dapprima in 16mm e poi in video, che oltre a girare il mondo partecipando a Festival usa per tenere conferenze in tutta Italia.
IL SUO SITO




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13 luglio 2005

Synchiropus splendidus


Oceano Pacifico, coste dell’Australia e delle Filippine. Anche detto Mandarin Fish, è il pesce simbolo di quei luoghi.
Ama i bassi fondali sabbiosi che circondano la barriera corallina.




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